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15-02-2013 / 25-02-2013
La normalità del bene



C’era una volta il mito del buon selvaggio, che nella sua vita esprimeva l’autentica natura umana, quell’ipotesi ripresa  con il Discorso sulle Scienze e sulle Arti, in cui Jean Jack Rousseau formula che è l’uomo è per sua natura libero e buono e la corruzione e la mancanza di libertà in cui vive dipendono dal cammino che la civiltà e la società umana hanno storicamente imposto. O, c’era ancor prima e ancora sopravvive al suo più forte sostenitore, il filosofo empirista Thomas Hobbes, l’homo homini lupus, la concezione dell’essere umano come fondamentalmente aggressivo, che mira solo al proprio tornaconto ricorrendo allo scontro e alla sopraffazione, quanto meno in forma di competizione, per assicurarsi, in perfetta sintonia con la teoria darwinista, la sopravvivenza della specie. Ci sono questi e altri stereotipi su come la nostra natura regoli i rapporti umani, e in particolare quel comportamento controintuitivo che è il dedicare risorse proprie al bene altrui, anche quando non è un familiare che propaga i nostri geni.

Quando si pensa all’altruismo vengono in mente sovente situazioni eccezionali, immagini eroiche e miti che resistono alla storia, insomma uomini eccezionali, dai poteri straordinari o almeno fuori dal comune. In un recente libro, la psicologa Silvia Bonino, con il suo “Altruisti per natura”, ed Laterza, ci racconta su basi biologiche e neuroscientifiche, quanto l’attenzione per gli altri, oltre che nelle situazioni di emergenza, o in quelle mediaticamente enfatizzate, in cui la narrazione prevale sulla sostanza, sia  connaturata nell’essere umano e possa  essere coltivata sin da piccoli con adeguate strategie formative che incoraggino la cooperazione e la“socialità positiva”. Nel leggere il libro che contiene anche interessanti aneddoti storici e asserzioni di differenti impostazioni in materia di antropologia e neuroscienze, ci siamo chiesti, quanto possa influire su questo“imprinting” di potenziale positività, la pressione sociale cui siamo attualmente sottoposti per la crisi economica in atto che sta sovvertendo anche alcuni orientamenti valoriali che tradizionalmente privilegiavano il bene“comune” come fondamento di una civiltà democratica e “giusta”.

Gli studi che ci illustra Bonino, mostrano che nelle situazioni di emergenza in cui molte persone sono presenti, le probabilità che qualcuno intervenga in aiuto sono paradossalmente molto minori che in un luogo solitario, dove gli spettatori sono pochi o uno solo. Il fatto di essere l’unica persona in grado di dare aiuto impedisce la diffusione della responsabilità fra tutti i presenti e quasi“costringe” ad intervenire, ma questo comportamento non viene rubricato come“altruista” perche, ci dice ancora la studiosa, di tanti tentativi di ricerca e interpretazioni fatte, nessuna è riuscita ad individuare un profilo psicologico tipico dell’altruista.  Ovvero , vale per l’altruismo quella che è ormai un’acquisizione della psicologia dello sviluppo contemporanea: lo sviluppo dura tutta la vita, e per tutta l’esistenza sono possibili dei cambiamenti che modificano in modo positivo il rapporto tra l’individuo e gli altri. L’altruismo inteso come esperienza di aiuto e cooperazione va quindi visto in un’ottica processuale, e non in  modo fisso come un tratto della personalità determinato una volta per tutte e in modo stabile per tutta la vita. Per tornare alla nostra domanda di base, se la crisi che sta minando i nostri modelli di vita e di sostenibilità economica e sociale, possa “danneggiare” la propensione alla reciprocità e all’aiuto, troviamo alcune interessanti suggestioni che possano aiutarci a riflettere.

Gli studi sono concordi nel mostrare che gli stati d’animo negativi rendono l’altruismo meno probabile: le persone sofferenti, angosciate e tristi hanno poca disposizione a farsi carico dei problemi altrui o solo a strutturare una proposta di aiuto, e la stessa condivisione empatica è minore quando la sofferenza altrui riattiva personali ricordi e vissuti penosi. Eppure, è altresì dimostrato che “fare del bene” , fa bene , però occorre arrivarci attraverso un percorso di consapevolezza e soprattutto graduato sulle proprie reali disponibilità emotive. Banditi i sensi di colpa che possono forzare in un gruppo, chi non si sente propenso ad aiutare e rischia l’emarginazione. Così anche ci viene descritto il “disimpegno morale”come risultato di un atteggiamento difensivo verso l’idea del “caso”, per ragioni sia emotive, sia cognitive.  Sul piano emotivo, accettare l’idea di casualità significa ammettere che quanto è accaduto all’altro potrebbe accadere anche a noi. Questa possibilità, che per diversi casi potrebbe indurre un comportamento più riflessivo, in tanti scatena reazioni ansiogene e di rifiuto, allontanando un atteggiamento compassionevole a (s)vantaggio della paura che conduce all’inazione e all’indifferenza. In buona sostanza sono gli stati d’animo positivi a motivare maggiormente all’altruismo e di questo si dovrebbe tenere conto quando si cerca di favorire questo comportamento sia nei bambini, sia negli adulti.

Concludiamo questa breve recensione, con l’invito a leggere il volume dedicato non solo a chi si “sente”altruista, perché a quanto pare, è una caratteristica che filogeneticamente abbiamo inscritta tutti nei nostro DNA, quanto utile a far affiorare la sostanza di questa definizione che si manifesta solo agendola. Sarà forse per questo che l’ISTAT ci indica che l’Italia è tra i Paesi Occidentali quello ove il vero “Welfare” è prodotto dal mondo del no-profit? Si calcola  che le ore prestate gratuitamente dai volontari abbiano un valore economico di circa 7,7 miliardi di euro all’anno e che per ogni euro dato al volontariato corrisponda un ritorno alla società di circa 12 euro. Allora, bandiamo per sempre dal nostro vocabolario termini come“buonismo”e “pietismo”, ma cominciamo seriamente a parlare di “investimento”,non solo emotivo, in solidarietà, che promuove l’altruismo e comporta il riconoscimento di un legame che obbliga alla reciprocità e all’impegno. Una ricchezza che ci siamo dimenticati di possedere, ma possiamo scambiarci con proficuo e “nobile” interesse.

di Gloria Pravatà

 

da Centro Nazionale Sangue


 
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