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27-06-2014 / 27-07-2014
Afghanistan. C’è chi sta dalla parte delle madri



Dona sangue per chi dona la vita: questo il messaggio che quest’anno ha unito tutto il mondo lo scorso 14 giugno, Giornata Mondiale del Donatore di Sangue.

 

Un tema particolarmente caro ad Avis, sia in virtù delle sue origini – ricordate? Vittorio Formentano aveva avuto sotto gli occhi la morte di moltissime partorienti a causa dell’indisponibilità di sangue sicuro da trasfondere – sia per promuovere la salute delle persone e, in particolare, delle donne, soprattutto quelle che vivono nelle aree più difficili del pianeta.

 

Per tracciare un fil rouge tra il grande tema scelto quest’anno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per il 14 giugno – tanto più che siamo donatori tutto l’anno, in fondo, non solo per un giorno – e la necessità di fare informazione sulla donazione di sangue, anche nelle aree del globo più svantaggiate, pubblichiamo la testimonianza, raccolta da Viviana Bossi, ufficio stampa di Avis Regionale Toscana: quella di Rita Cerri, ginecologa-ostetrica di Empoli.

 

Medico che esercita la professione da trent’anni, Rita Cerri è stata nel 2007 e nel 2008 ad Anabah, nel Panshir, regione del nord dell’Afghanistan, nell’unico ospedale di Emergency con un reparto di maternità. Emergency in Afghanistan ha tre ospedali e fornisce assistenza medica di qualità gratuitamente, in un Paese in cui la sanità non è pubblica, ma a pagamento. La dottoressa è partita con lo scopo di fornire assistenza ginecologica alle donne.

 

Rita Cerri con una mamma Kuchi (il popolo nomade dell'Afghanistan) e il suo bambino nato con un parto difficoltoso

Rita Cerri con una mamma Kuchi (il popolo nomade dell’Afghanistan) e il suo bambino nato con un parto difficoltoso

 

Rita, cosa l’ha spinta ad affrontare quest’esperienza?

I miei principi e valori mi hanno spinto ad andare in quel Paese per essere come donna medico vicino ad altre donne. È un’esperienza che mi ha fatto capire come a tutte le latitudini le aspettative e le speranze sono uguali. La capacità di accoglienza di quel popolo, verso chi viene da fuori, è straordinaria.

Che situazione ha trovato al suo arrivo?

È un Paese molto povero, disastrato dai conflitti, in particolare nella zona dove sono stata, roccaforte dei talebani. Per giungere ad Anabah c’è un’unica apertura, molto stretta. Bastavano due carri armati di traverso, che l’intera vallata diveniva inaccessibile. È per questo che è stata lungamente isolata e inespugnabile. Le donne, in quelle aree rurali, hanno un destino che è segnato dalla nascita ed è quello biologico, non ve ne sono altri. Ma sono donne molto coraggiose che lottano strenuamente per conquistare i loro diritti. La malnutrizione cronica, le parassitosi provocate dell’acqua inquinata e le malattie infettive minano la loro salute, rendendole sempre più deboli ad ogni gravidanza. Non c’è assistenza medica e qualunque minima complicazione, legata alla gravidanza e al parto, le porta alla morte.

Anche in Italia, decenni fa, le donne morivano di parto. Cosa ha fatto la differenza?

L’accesso alle cure mediche, ai farmaci e la possibilità di fare ecografie hanno rappresentato un grande punto di svolta per prevenire le morti delle partorienti. Oggi diamo tutto per scontato, c’è un efficiente percorso ospedalizzato, i farmaci, gli strumenti diagnostici, le sacche di sangue non mancano. Ma in Afghanistan è tutto diverso…. Mi scusi mi commuovo ancora a pensarci. Lì le donne che non riescono ad accedere ai punti di primo soccorso di Emergency o che non riuscivano ad arrivare all’Ospedale di Anabah, spesso morivano dissanguate, e con loro, i bambini che avevano in grembo.

Come venivano gestite le scorte di sangue e di farmaci in ospedale?

Le cure negli ospedali di Emergency sono gratuite, l’unica cosa che veniva chiesto ai parenti dei ricoverati era di fare una donazione di sangue. Per il resto, è un Paese che dipende interamente per gli approvvigionamenti dall’estero. Come medico e come donna, da dove inizierebbe per promuovere e sostenere la salute delle donne in quella realtà? Organizzerei un servizio territoriale ostetrico diffuso per fare educazione sessuale e contraccettiva che consenta alle donne di diluire nel tempo le gravidanze. È un Paese dove l’aspettativa di vita di una donna è di 44 anni, contro gli 85 delle donne italiane. Poi, occorrerebbe intervenire sul lavoro, il benessere sociale e i diritti umani. Se ci ripenso… Mi vengono alla mente i forti contrasti di quel Paese. Le donne muoiono di fame, ma ci sono antenne satellitari ovunque.

 

L'ospedale di Emergency nella valle del Panshir

La valle del Panshir

 

di Federica Furlanis e Viviana Bossi


 
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