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31-01-2015 / 15-02-2015
We are all one: il dono del sangue in Ghana




E’ nostra tradizione pubblicare le tesi più meritevoli sul tema della comunicazione sociale inerenti il dono del sangue e la promozione del gesto come “atto culturale”. Questa volta lo spazio è dedicato al lavoro di un neo antropologo, Alessandro Scipioni, laureatosi all’Università di Roma che ci racconta o meglio ci accompagna nel suo viaggio di ricerca nell’Africa Sub Sahariana, alla scoperta dell’ omologo  del CNS in Ghana  (National Trasfusion Institute of Ghana Health Service) e di cosa significa per questa popolazione donare il sangue e soddisfare alle necessità di cura attraverso le trasfusioni. Atterriamo ad Accra (la capitale) avvolti dalle atmosfere proustiane che gli odori e i colori del Continente Africano evocano in chiunque abbia avuto la fortuna di visitare questo Paese, ma siamo quasi subito trascinati in un’epopea kafkiana che nulla ha da invidiare alla nostra burocrazia. Il nostro ricercatore, sbalzato da un ufficio ad un altro per ottenere e farsi validare i permessi per le visite ai centri e per le interviste da realizzare, ci farà capire che la “semplificazione amministrativa” non è un problema solo italiano. Ma superati certi ostacoli, scopriremo con lui chi sono gli “agenti” non proprio segreti che fanno muovere il sistema : i family replacers per favorire donazioni “dedicate” all’interno del proprio nucleo, i commercial donors e i “brokers” che lavorano all’esterno degli ospedali per vendere il sangue agli ammalati o i “security men” che garantiscono sulla bontà del sangue donato e la qualità dei test eseguiti. Tuttavia c’è anche molto volontariato “puro” che assume come modello l’archetipo suggerito anche recentemente dall’OMS : “Every donor is a Hero”. I donatori di sangue- come ci racconta Scipioni-  assumono le connotazioni di eroi in quanto creano dei legami comunitari che contribuiscono alla perpetuazione della vita.

La retorica utilizzata dagli oratori osservata in occasione della celebrazione della 12.a Giornata Nazionale del Donatore di Sangue (19 /11/2012) è stata: facciamo tutti parte di una comunità e tutti potremmo potenzialmente avere bisogno di sangue « it could be me, it could be you , it could be your family or any of your close friends who will require blood transfusion very very serious», per questo è importante che ognuno di noi in grado di farlo si adoperi per fare in modo che il sangue sia sempre disponibile. È altresì interessante notare la definizione che la politica nazionale dà del National Blood Service (o National Blood Transfusion Service)che  è quella di:

«a specialised, statutory, autonomous, non-profit making organization with an adequate budget, and management team consisting of trained and experienced staff under the directorship of a qualified medical doctor specialized in blood transfusion, haematology, Immunology or any sub-speciality of laboratory medicine»

Per quanto attiene alla raccolta “free”, la struttura è articolata in una gerarchia di funzioni che pianificano  la mobilitazione dei volontari non remunerati, tutti identificati dalla Donor Card, comprendente: Principal Blood Organizer per i livelli regionali,  Senior Blood Organizer per la supervisione dei gruppi guidati dai Blood Organizer che, al pari delle nostre associazioni, si occupano non solo di coordinare le giornate di prelievo, ma anche di assicurare la diffusione dell’educazione al dono e soprattutto del benessere del donatore, attraverso lezioni di educazione sanitaria e prevenzione di malattie trasmissibili.

Ma qual’ è direte voi la “vera”notizia? Forse la testimonianza genuina di un ricercatore che ci svela come accanto a questa disciplina occidentale, orientata verso un’ etica dell’altruismo, convive l’anima o meglio le anime di un Continente che mantiene ben salde le sue radici legate alla ritualità e all’esoterismo. Scipioni ci parla di “un’ideologia del sangue” ambivalente. “Molti dei ragazzi intervistati dichiarano di non aver paura dell‘ago, tranne uno che dice che l‘unica cosa che rendeva l‘ago pauroso era il fatto che la perforazione potesse provocare dolore. Per quanto riguarda il fatto della fuoriuscita di sangue, in questo caso controllata, differente quindi da forme di perdita di sangue accidentali, a differenza di ciò che mi aspettavo, prosegue Scipioni- non veniva vista come una perdita della forza vitale. Per alcuni, addirittura, il fatto di cambiare il sangue poteva essere una forma di guadagno di forza dovuto a un rimpiazzo di sangue vecchio con quello nuovo visto che l‘organismo rimpiazza il sangue velocemente («the good blood replace the old one»). Di converso, lo stesso ragazzo che mi parlò della sua paura dell‘ago, ritiene che secondo lui molte persone in Ghana tendono a non donare il proprio sangue a causa della paura che questo possa essere utilizzato per dei rituali attraverso i quali alcune persone riescono ad acquisire potere e soldi. Questi rituali, continuò, sono talmente nefasti che anche se il malcapitato riesce a farsi curare da un guaritore tradizionale, egli potrebbe continuare ad averne delle ripercussioni in futuro, come, ad esempio, quella di generare figli non normali.”

Ma i personaggi che incontrerete in questo viaggio sono ancora tanti, ognuno con un nome e una storia da raccontare, come quella della guaritrice che usava solo gin per curare le malattie perché nei suoi rituali… «the good people don't use blood. Bad people use it for bad things».

di Gloria Pravatà

 Tesi Scipioni

Fonte http://www.centronazionalesangue.it/


 
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